XXXIII Campionato Italiano della Balestra Antica da Banco a Terra del Sole

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Terra del Sole (FC), 11 giugno 2017 – Mai titolo di un mio articolo fu più lungo, ma certe cose non si possono dire a metà. Avevo letto di questo evento sul sito emiliaromagnaturismo.it e tanto mi è bastato per decidermi a partire. Ho sempre avuto un debole per le balestre, e non mi sarei perso la manifestazione per niente al mondo. In più, era prevista anche una visita guidata del borgo.

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Sono giunto a Terra del Sole in tarda mattinata, quando nella sconfinata Piazza D’Armi era già stato allestito tutto l’occorrente per la gara, dai banchi da tiro ai bersagli. I balestrieri erano impegnati nelle ultime prove di tiro, prima dell’inizio vero e proprio della gara.

Siccome la visita guidata del borgo e la gara si sarebbero tenute nel pomeriggio, avevo tempo a sufficienza per gironzolare. Ne ho dunque approfittato per fare una breve sosta a Castrocaro Terme. Il caldo era asfissiante, ma almeno gli alberi che costeggiavano la strada fornivano una buona copertura. Ero già stato a Castrocaro nel 2014, quando decisi di tentare la sorte con le selezioni per il famoso Festival. Il provino era fallito miseramente, ma l’esperienza era stata senza dubbio stimolante. Comunque, che Castrocaro Terme e Terra del Sole fossero un unico comune l’ho capito soltanto adesso.

Dopo aver trovato un curioso libro su una panchina ed esser passato davanti alle Terme, sono tornato a Terra del Sole, per non mancare all’appuntamento con la mia visita guidata. E non meravigliatevi se sono stato l’unico partecipante. Come giustamente mi ha fatto notare Silvia, la mia preziosa guida, la gente, con questo caldo e soprattutto di domenica, preferisce andare al mare. Nonostante tutto, la gentilissima Silvia non si è persa d’animo, e mi ha condotto in ogni angolo di questo meraviglioso borgo, raccontandomi con passione e cura dei particolari la sua storia per filo e per segno.

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Con Silvia e Andrea. Grazie per la pazienza, ragazzi!

La parte più curiosa riguardava la leggenda (riportata in un antico testo) secondo cui Cosimo I De’ Medici, vedendo una pietra illuminata da un raggio di sole e credendo alla teoria eliocentrica, decise di far sorgere esattamente in quel punto la città-fortezza, da lui denominata – non a caso – “Eliopoli” (Città del Sole). La pianta è rettangolare e la cinta di mura è sormontata da due castelli, quello del Capitano delle Artiglierie a difesa del borgo fiorentino (orientato verso Firenze) e quello del Governatore, a difesa del borgo romano (orientato verso Roma).

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A proposito di castello… questa parte mi sembra di ricordarla. Ah, già, le selezioni per il Festival! 😀

Ho apprezzato in particolar modo alcune sale interne, arredate con riproduzioni di armi, armature e indumenti di epoca rinascimentale, nonché gli immancabili “trofei” dei balestrieri, ovvero, i bersagli delle varie edizioni con nomi e punteggi di coloro che hanno giocato in casa.

La Chiesa di Santa Reparata era chiusa al pubblico, per via della manifestazione in corso, ma siamo riusciti a visitare alcune stanze del Palazzo Pretorio, ex sede dell’antico Tribunale di prima istanza per tutta la Romagna toscana, a cui ci si doveva appellare per tutte le cause civili escusse nei vari capitanati della Provincia. Un luogo in cui venivano inflitte pene molto severe, quando andava bene, o la condanna a morte, nel peggiore dei casi.

Abbiamo terminato la visita in tempo utile per vedere il corteo medievale sfilare per i viali cittadini, in apertura al Campionato, guidato da suonatori di tamburi, sbandieratori e abili spadaccini, che si sono esibiti più volte e con grande maestria negli intervalli tra una gara e la successiva.

Hanno partecipato ben tredici squadre, di diversa provenienza, ognuna riconoscibilissima attraverso il proprio vessillo e gli abiti caratteristici, sgargianti e colorati (e doveva fare anche un bel caldo boia, lì sotto).

Al grido di “campo libero!”, i balestrieri potevano scoccare la loro freccia. Ognuno disponeva di un solo tentativo. Quando tutte le squadre avevano effettuato il tiro per il proprio turno, si ordinava loro “liberate i banchi!”, per far posto a quelli del turno successivo.
Il Campionato è durato svariate ore, con ampia partecipazione sia di tiratori che di pubblico. Ore che sono davvero volate, grazie all’intrattenimento di altissimo livello e alla grande preparazione e abilità dei balestrieri.

Non chiedetemi chi abbia vinto. Non tifavo per una squadra in particolare, ero lì solo per divertirmi. Ma posso garantire che sono stati tutti strepitosi!
Dovessi ritrovarmi ancora da queste parti il prossimo anno, non mancherò di venire ad assistere alla XXXIV edizione.

 

 

Visita a Sambuca Pistoiese

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Sambuca Pistoiese, 10 giugno 2017 – Ho dedicato così tante attenzioni all’Appennino bolognese negli ultimi tempi, da essermi praticamente dimenticato di quello toscano. Ma non mi ero reso conto di averlo a un tiro di schioppo, trovandomi praticamente nel mezzo dell’Appennino tosco-emiliano.
Seguendo la strada porrettana, che collega Bologna a Pistoia, e superato in breve il confine emiliano, mi ritrovo nel comune di Sambuca Pistoiese. Non sapendo in quale delle varie località del comune si trovi esattamente il borgo, decido di sostare in località Taviano, sede del Municipio, dove incontro una gentile signora che mi istruisce sul da farsi. Da Taviano, percorrendo a piedi la vecchia mulattiera, si giunge al punto più alto di Sambuca Pistoiese, località che prende proprio il nome di Sambuca. In alternativa, si può imboccare la strada asfaltata, che taglia poco più avanti salendo fino in cima.

Non essendo in abiti comodi per la scarpinata, opto per il percorso stradale. La strada, stretta e tortuosa mi conduce in breve tempo al Santuario della Madonna del Giglio, adiacente al Convento delle suore francescane, entrambi a fare da apripista al simpatico borghetto, visibile in cima alla collina. Lasciata la macchina nei pressi del Santuario, mi incammino, e dopo pochi passi mi ritrovo alle pendici del borgo.

Abbeveratomi a una fonte di acqua freschissima, mi muovo tra le abitazioni, risalendo una scalinata e incontrando i pochi abitanti rimasti, felicissimi di veder passare un turista di tanto in tanto. Diverse case sono purtroppo messe in vendita, ma ciò che più dispiace è immaginare che difficilmente troveranno acquirenti. A quanto pare, nemmeno Sambuca verrà risparmiata dallo stesso destino che ha visto tanti piccoli e caratteristici borghi svuotarsi e morire poco alla volta.

Nella piazzetta, sugli archi dei portoni si trovano ancora le scritte sbiadite dei bottegai dei bei tempi andati (“macelleria” e “vendita di vino ed altri generi”). Sembra quasi di vederle quelle persone che riempivano la piazza con le loro botteghe aperte, mentre i bambini scorrazzavano a destra e a manca.

La scalinata che sale dalla piazza porta alla chiesa restaurata dei santi Giacomo e Cristoforo. Tagliando a sinistra, si raggiunge rapidamente la vetta, dove sorgono il cimitero e i ruderi dell’antico castello. Non sapevo molto riguardo il castello, ma dalle poche informazioni raccolte, sapevo che era sorto intorno all’XI secolo. L’intero borgo ha, infatti, origini medievali. Della costruzione, davvero antichissima, rimane ben poco: una torre e alcune macerie sparse tutto intorno.

(QUI troverete notizie molto interessanti, che ho avuto modo di approfondire in seguito alla visita.)

Il campanile della chiesa dei santi Giacomo e Cristoforo si esibisce in uno slancio verso il cielo, facendo a gara con la torretta del castello.

La vista da lassù è fantastica. Un immenso manto verde ricopre l’Appennino circostante, ma il Santuario che ho lasciato poco fa riesce comunque ad ergersi, mostrandosi in tutto il suo splendore. Mi siedo su una panca di pietra, godendo della piacevole ombra e della leggera brezza, che unendosi alla veduta mozzafiato, rendono quell’istante davvero magico nella sua pace assoluta.

Ridiscendendo lungo il versante opposto, giungo a un curioso museo, il Bivacco dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, purtroppo chiuso. Da alcuni cartelli informativi apprendo che questo spazio espone gli oggetti e gli attrezzi dell’antico mestiere dello scalpellino. Scopro inoltre che Sambuca sorge sulla famosa via Francigena, che collegava Roma a Santiago de Compostela, e pertanto è stata tappa obbligata per tanti pellegrini che transitavano da lì.

Il borgo è piuttosto raccolto, pur avendo un buon numero di abitazioni, e il tour dura meno di quanto avessi immaginato.
Mi piacerebbe tornarci, magari in tenuta da trekking, percorrendo la vecchia mulattiera e, perché no, magari anche un pezzetto della via Francigena.

 

Alla scoperta di Borgo Prada

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Il nome potrebbe far pensare a un luogo elegante e raffinato. E il fascino di certo non gli manca, pur trattandosi dell’ennesimo borgo abbandonato. O meglio, relativamente abbandonato, perché sembra che qualcuno si prenda ancora cura del terreno circostante, dove i vecchi alberi sono stati abbattuti per far della legna, ma senza dimenticare di sostituirli piantandone di nuovi. Ed è proprio un bel vialetto alberato ad accoglierci e farci strada al nostro arrivo.

Non siamo sicuri di trovarci nel posto giusto, finché non vediamo spuntare tra le fronde il grosso edificio residenziale di cui ci avevano accennato. Non abbiamo più alcun dubbio: siamo alle porte del Borgo Prada.

Il palazzo si estende molto più in lunghezza che in altezza, anche considerando il piano interrato che si intravede dalle finestrelle basse. La pianta dell’edificio è rettangolare, formata da quattro bracci che circondano un cortile a cielo aperto. Ogni facciata ha almeno un portone di accesso, rigorosamente sprangato dall’interno o chiuso con dei lucchetti, a proteggerlo dagli eventuali vandali o senzatetto.

Veniamo subito attirati dalla cappella all’angolo. Incredibilmente, il portone – che era solo appoggiato – cede facilmente alla pressione con un sottile cigolio di cardini. Ci affacciamo all’interno, soffermandoci in particolare sull’altare e le pareti dipinte a mo’ di arazzo. Decidiamo però di restare sulla soglia. Una porzione di tetto è venuta giù, e il pavimento – considerato anche il vuoto sottostante delle cantine – non sembra particolarmente stabile. Inoltre, la cappella pare sia isolata dal resto dell’edificio. Se prima c’era stato un varco, qualcuno evidentemente aveva provveduto a murarlo.

All’esterno, giriamo intorno alla struttura, ammirandone l’imponenza e i particolari, soltanto per arrenderci all’evidenza di non potervi accedere in alcun modo. Non senza rischiare di far danni, cosa che da buoni e rispettosi visitatori non ci interessa minimamente. Lateralmente, una grande stalla ci offre una magra consolazione concedendoci una visita alle sue mangiatoie.

Impotenti davanti all’inespugnabile fortezza, decidiamo di proseguire il nostro cammino all’interno del borgo. Ci imbattiamo in una serie di casette. Già da lontano, non ci sembrano datate come il palazzo residenziale. Infatti, scopriamo che sono stati condotti dei lavori, anche se non troppo di recente. Lavori che sono rimasti a metà, prima che i proprietari del tempo decidessero di abbandonare tutto, per mancanza di fondi o per altri motivi. Non senza lasciare qualche simpatico disegno sulle pareti. Probabilmente, disegni di bambini o adolescenti, che riproducono tra le tante cose mezzi da cantiere e ritratti abbozzati di lavoratori. E non manca qualche data a darci ulteriore indizio.

E così, quello che sarebbe potuto essere un nuovo e rinnovato centro abitato, pulsante di vita, si è trasformato nell’ennesimo borgo fantasma.

Completiamo il nostro giro tra le abitazioni e giungiamo nei pressi di un laghetto, dove tra l’acqua stagnante si intravede nuotare qualche ranocchietta.

La nostra visita sembra essere già terminata. Torniamo sui nostri passi e l’occhio cade per l’ennesima volta sul grosso palazzo, mentre delusi e amareggiati per non averlo potuto visitare come meritava ci apprestiamo a lasciarcelo alle spalle, come un triste ricordo. Ed è a quel punto che la mia attenzione viene colta da un particolare che prima non avevo notato. Quell’incredibile e insperata scoperta si rivela essere la nostra chiave di accesso.
(Non vi racconterò come abbiamo fatto ad entrare, perché questo è un luogo che – come tutti, del resto – va rispettato e tutelato. Vi basti solo sapere che non è stato arrecato alcun danno e nessun ingresso è stato forzato. Tutto è stato lasciato esattamente com’era).

L’emozione è palpabile, si taglia con un coltello. Non riusciamo a credere di essere finalmente dentro. Raggiungiamo il cortile centrale, un intricato ammasso di rovi e sterpaglie. Ci districhiamo tra le spine per poi accedere a uno dei bracci. All’interno, le pareti ancora affrescate con dei bellissimi drappeggi, custodiscono quello che sembra un luogo sacro (forse un tempo collegato con la cappella soprastante), con delle tipiche panche da chiesa addossate a una parete. In fondo allo stanzone, il portone che dà sull’esterno è tenuto chiuso da una grossa trave. Sulla sinistra, delle scale ci portano ai piani superiori.

Ci muoviamo con la massima cautela, tenendoci il più possibile addossati alle pareti ed evitando stanze e altre aree dove il pavimento non sembra sufficientemente stabile. In ognuna delle ampie sale che danno sulle camere e sul cortile interno, vi è un grande camino, sovrastato da affreschi ormai sbiaditi e irriconoscibili. Attraversiamo buona parte del perimetro, stando bene alla larga da ogni tipo di cavo che potrebbe ancora condurre elettricità. Oltre all’elettricità, un’altra installazione recente nell’antico borgo erano stati i termosifoni. Elementi che stonano completamente con quelle mura che trasudano antichità. Anche qui, non mancano infatti tentativi più recenti di recupero, come la costruzione di una nuova rampa di scale, mai terminata.

La vista che si gode dalle finestre è davvero incredibile. Resteremmo lì per ore, ma c’è ancora tanto da vedere. Così, decidiamo di tornare giù per passare alle cantine. La mia torcia da testa fa il suo dovere, illuminando gli angoli più tetri di quei sotterranei, mentre l’aria fresca ci solletica e ci corrobora. Come una vera cantina che si rispetti, incrociamo botti di grande dimensioni. Una ci colpisce in particolar modo, riportando la scritta “Vuota dal 15/1/1948”. Ma oltre alle botti, non è rimasto granché, a parte qualche arnese da lavoro vecchio e consunto e qualche scheletro di bicicletta.

Torniamo su in cortile e imbocchiamo l’ingresso laterale al portone principale. Quello che troviamo all’interno ci sorprende. Con un bel salto generazionale, veniamo catapultati nell’era moderna. Le stanze sono piccole ma ancora arredate. All’ingresso c’è un cucinotto dalle pareti piastrellate, con tavolo, sedie, poltroncina, frigo, angolo cottura, camino e mobilia varia. Segue una stanza da letto e altre camere vuote. Su un ripiano c’è un elenco del telefono e su un mobile compare l’opuscolo di una ditta edile. Forse quella che era stata ingaggiata per i lavori lasciati in sospeso.

Il tour giunge al termine e non possiamo che ritenerci soddisfatti di questa incredibile giornata. Lo scopo, con nostra immensa gioia e sorpresa, è stato raggiunto e la missione può dirsi compiuta. La residenza ci ha accolti dischiudendoci i suoi segreti, ma non è il caso di approfittare oltre della sua benevolenza.

Forse un giorno torneremo. O forse no. Ma in ogni caso, siamo felici di esserci stati.

 

La Rosa Incantata ha incantato tutti!

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Vergato (BO), 31 maggio – 1 ° giugno 2017 – Per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a condensare in una manciata di parole le emozioni provate durante queste due serate. Il lavoro svolto negli ultimi mesi dall’Onda Blu e i suoi allievi, senza dimenticarci dei tanti validissimi e pazientissimi collaboratori, è stato mastodontico. Dalla recitazione al canto, dai costumi alle scenografie, dal comparto tecnico alle coreografie, ogni singolo apporto ha contribuito – come minuscole tessere di un difficilissimo puzzle – al raggiungimento di questo immenso traguardo. Immenso come il successo che ne è scaturito. D’altronde, quando tecnica e talento si fondono con la passione, il risultato non può che essere esplosivo.

E così, l’incantesimo della rosa ha sortito l’effetto sperato, inebriando di meraviglia non solo il folto pubblico presente, ma l’intero cast di questo spettacolo unico e irripetibile. Ci siamo davvero innamorati di questa fiaba romantica e introspettiva, incarnandone i personaggi e identificandoci in essi in maniera quasi maniacale, al punto da non volerne più svestire i panni… se non a causa del caldo asfissiante (Lumière ha seriamente rischiato di sciogliersi!).

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La fiaba della Bella e la Bestia è una di quelle storie che non si dimenticano facilmente, ma che rimangono inevitabilmente impresse nella mente e custodite in un angolino del proprio cuore. È una storia imperniata su nobili valori, come l’umiltà, l’amicizia e l’amore.

 

«È una storia, sai, vera più che mai. Solo amici e poi, uno dice un noi, tutto cambia già!
È una realtà che spaventa un po’. Una poesia piena di perché e di verità!
»

 

Questi valori ci hanno letteralmente contaminati, traboccando dalla storia stessa e facendoci vivere una fiaba oltre la fiaba, una realtà alternativa intrisa di magia, che ci ha resi complici perfetti lungo un percorso per niente facile e a tratti insidioso.

Chi ha seguito gli sviluppi sa quanto sia stato faticoso giungere fin qui. Ma il peso del sacrificio è stato alleggerito dalla gratificazione. E per gratificazione non intendo soltanto gli applausi scroscianti del pubblico, già più che sufficienti a ripagarci di tutto. La gioia più grande è stata condividere questo cammino insieme, fianco a fianco, mano nella mano. E un pesce fuor d’acqua come il sottoscritto non può che essere grato a questi meravigliosi artisti, per averlo catturato nella loro rete.

Qualcuno mi diceva che dalla rete dell’Onda Blu non si scappa facilmente, ma che essa crea dipendenza. E sono lieto di poterlo confermare. Se il prezzo da pagare include farsi nuove amicizie, chiamatemi pur pazzo, ma sono pronto a finire sul menu insieme a tutti gli altri (“Stia con noi, qui con noi…”). Perché non esiste niente di più bello al mondo del risalire la corrente del fiume in compagnia di tante trote… ehm… (la metafora di stampo ittico mi ha un po’ preso la mano) cioè, persone straordinarie, delle quali ho avuto l’onore di approfondire la conoscenza.

Di questa esperienza mi rimarranno solo bei ricordi: le tante risate, i cenni d’intesa, e il sostegno reciproco, che non è mai venuto meno.  L’Onda Blu è veramente una gran bella famiglia, e sarà dura accettare l’idea di dover lasciare anche questa nuova casa, presto o tardi.

Grazie di cuore a voi tutti per i momenti e le sensazioni che mi avete regalato. Parafrasando Lumière: siete stupondi!

Alla prossima avventura! ….Ministero della Pubblica Istruzione permettendo….

 

Qualche foto (seguiranno altre… credo)

Visita alla Rocchetta Mattei

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Riola, 27/05/2017 – La Rocchetta Mattei è sicuramente uno degli edifici più curiosi e affascinanti dell’appennino bolognese (e, probabilmente, dell’intero stivale), perché fonde armonicamente culture e architetture diverse, dall’occidente all’oriente, a renderla un’opera unica e inimitabile.
Varcando la prima soglia della Rocchetta, si ha la sensazione di entrare in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo. Eppure, nulla di tutto ciò che si vede è affidato al caso, ma ogni singolo tassello ha una collocazione e un significato ben precisi.
La nostra bravissima guida, Lucia, ci ha schiuso le porte di questo meraviglioso scrigno, svelandoci i segreti più reconditi che ad oggi sono stati decifrati.

Il Conte Cesare Mattei, se oggi fosse ancora in vita, di sicuro entrerebbe nella lista delle 100 persone più influenti al mondo e concorrerebbe per il podio. Ecco una sua breve biografia, così come ce la racconta il sito ufficiale della Rocchetta:

“Cesare Mattei nato a Bologna l’11 gennaio 1809 da famiglia agiata, crebbe a contatto con i massimi pensatori dell’epoca come Paolo Costa, Marco Minghetti, Antonio Montanari e Rodolfo Audinot. Nel 1837 fu uno dei 100 fondatori della Cassa di Risparmio in Bologna. Ricevette il titolo di Conte nel 1847 da papa Pio IX a fronte di una donazione terriera in quel di Comacchio, la fortezza di Magnavacca (ora Porto Garibaldi), che avrebbe aiutato lo stato pontificio a fermare l’avanzata austriaca. La morte della madre nel 1844 lo provò duramente, se la prese in particolar modo con la medicina classica dell’epoca che, a suo dire, non seppe fare nulla per curare la madre ne per alleviarne il dolore che accompagnò la sua malattia. Per questo, lasciati i rapporti sociali e la politica, si ritirò nella tenuta di Vigorso ed iniziò a studiare una “nuova medicina” che fosse maggiormente efficace. Nel 1850 acquistò i terreni dove sorgevano le rovine dell’antica rocca di Savignano e il 5 novembre dello stesso anno pose la prima pietra del castello che avrebbe chiamato “Rocchetta”, dove si stabilì definitivamente a partire dal 1859 dirigendone personalmente la costruzione. Egli dedicò quasi tutta la vita allo studio di una scienza medica empirica, denominata Elettromeopatia ed alla sua divulgazione e che lo portò a giungere ad una fama mondiale nel ventennio 1860-1880. In seguito alla sua morte, 3 Aprile 1896, gli eredi continuarono la produzione e distribuzione dei “Rimedi Mattei” fino al 1959 quando per vari motivi i laboratori furono costretti a chiudere. Per quanto attiene al Castello della Rocchetta, dopo vari tentativi di cederlo al Comune di Bologna o ad altri enti, conclusero le vendita con un commerciante locale Primo Stefanelli detto “Il Mercantone” . Quest’ultimo dopo aver aggiunto particolari inesistenti in precedenza come prigioni, pozzo a rasoio ecc. lo gestì come attrazione fino a quando non venne chiusa per problemi di stabilità e sicurezza. Nel 2005 la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna (Carisbo) acquistò il castello e dopo un accurato studio progettuale ne iniziò il consolidamento ed un fedele restauro giunto a tuttoggi a circa 2/3 del totale.(db)”

Questo è solo un riassunto della vita del Conte Mattei, uomo dalle mille risorse e virtù, che dedicò gran parte della sua esistenza agli infermi. Osannato come un guru, ma anche osteggiato e accusato di essere un ciarlatano da chi invece – come i medici del tempo – non credeva nelle sue cure “alternative”, per quanto fossero efficaci.
Una personalità simile non può essere dimenticata e di certo non lo sarà. Ne son testimonianza le migliaia di visitatori che dalla riapertura della Rocchetta ad oggi si sono recati in questo luogo incredibile, per saziare la propria curiosità e la propria sete di conoscenza. Secondo le fonti, circa 40.000 solo nel 2016!

Che aspettate, ordunque? Prenotate la vostra visita sul sito ufficiale. La Rocchetta Mattei e il suo delizioso staff vi aspettano per farvi vivere un’esperienza magica e irripetibile.

La Rosa Incantata è al Cinema Teatro Nuovo di Vergato

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Il 31 maggio e il 1° giugno vi incanteremo presso il Cinema Teatro Nuovo di Vergato (BO) con uno spettacolo assolutamente da non perdere: “La Rosa Incantata“, un meraviglioso Musical liberamente ispirato a “La Bella e la Bestia” di L.P. de Beaumont.

Anche quest’anno, l’Associazione Polisportiva Onda Blu di Vergato giunge puntualissima all’appuntamento con lo spettacolo di fine anno dei suoi allievi, pronti a regalarvi una serata sensazionale e indimenticabile. Un cast – come sempre – di tutto rispetto, formato da ballerini, attori, cantanti, coreografi, scenografi, costumisti e truccatori.

L’impeccabile regia di Monica Tolomelli e la straordinaria direzione musicale di Melissa Stott vi lasceranno senza parole, mentre vi lascerete travolgere dalla spettacolarità, i colori sgargianti e le atmosfere fiabesche dei costumi e le scenografie partoriti dalle mani sapienti di Erica Bencivenni, Fabio Maldina e Daniele Zambelli.
Per completare, vedrete anche il mio brutto muso 😉

Cavalcate l’Onda Blu insieme a noi. Il divertimento è garantito!

Affrettatevi! Ultimi posti disponibili!

Shiatsu Memories #1

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Come dimenticare quando al Villaggio di Babbo Natale offrii il mio “shiatsu a km 0”, e l’unico che si fece trattare in pubblico fu un signore che subito mi confessò di soffrire di sclerosi multipla. Mi disse che le aveva provate tutte, ma l’unica tecnica che gli garantiva un po’ di sollievo era proprio il trattamento shiatsu. Perciò, non poteva non approfittare di quella occasione.
Non posso negare che provai un leggero timore nel trattare una persona in uno stato di salute talmente delicato. Eppure, appena poggiai le mani su di lui, provai un gran senso di pace.
Come da programma, feci il passaggio sulla schiena. Una ventina di minuti dopo, gli comunicai che la prova era conclusa. Non dimenticherò mai il suo sorriso quando sollevò la testa dal tatami e, soprattutto, non dimenticherò mai le sue parole: “Tu hai qualcosa in quelle mani”, disse. “Ho sentito calore, ma era un calore diverso dal solito. Mi hai fatto ripensare a mia nonna. Solo lei riusciva a farmi provare quella sensazione attraverso le sue mani…”
Commuovermi dinanzi a lui fu inevitabile. Per me fu un’emozione indescrivibile. Ci salutammo con la promessa di rivederci allo stesso posto. Ma, un paio di giorni dopo, fui convocato per il mio primo incarico scolastico.
Mi piacerebbe un sacco ritrovare quella persona. Purtroppo, non ci scambiammo i contatti. E nemmeno ricordo il suo nome…

Se leggerai questo articolo, saprai dove trovarmi!

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Ok, riconosco che la mise non era molto rassicurante 😀